giovedì 24 dicembre 2015

Una bugia sotto il vischio

Una bugia sotto il vischio
Un mio racconto di Natale. Mooolto romantico


Sofia.
È il 24 dicembre. Sono ancora in ufficio, alle tre del pomeriggio. Non che mi importi più di tanto. Non ho regali da comprare, cene cui partecipare, qualcuno da baciare sotto il vischio. 
Per mia scelta sono sola. In una città che conosco appena, che non si trova neppure nel mio continente, ma dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. 

Da circa tre mesi ho lasciato tutto, ho preso un aereo per gli Stati Uniti e mi sono sistemata a Boston, dove lavoro in un affermato studio legale. Un po’ come quello  di Ally McBeal, ve la  ricordate? Ma molto più grande. E formale. Centinaia di metri quadri di moquette e boiserie e di professionalità competitiva. C’è qualche maschio interessante, anche. Soprattutto uno. Ma talmente al top, che è decisamente fuori dalla mia portata. È uno dei soci, e in quanto tale irraggiungibile.

Quest’anno il Natale lo passerò da sola, a migliaia di chilometri di distanza dai miei cari, per dimostrare a me stessa di essere una donna forte e  indipendente e per evitare di incontrare colui che mi ha spezzato il cuore, come si dice: il mio fidanzato. O meglio, il mio ex fidanzato. O meglio ancora, quel bastardo del mio ex fidanzato. Ma non voglio sprecare una sola parola su di lui. Voglio solo terminare di scrivere questa memoria, alzarmi dalla mia scrivania, comprarmi qualcosa di molto goloso da mangiare, poi andarmene nel mio minuscolo appartamento e vedermi uno dopo l’altro tutti i film che ho scaricato stamattina sul mio iPad, tutti sul Natale, tutti che mi faranno versare qualche sana lacrima natalizia.
Dunque, la memoria…
“Miss Corsi?”
Lui pronuncia il mio cognome storpiandolo, ma non c’è da stupirsi visto che è americano. Coursei dice, più o meno. Sussulto per lo spavento, alzo la testa dal computer e guardo allarmata, più che stupita, il viso attraente di Jack Brennan. Sì, proprio lui, quello al top, quello fuori dalla mia portata. Mi sembra alquanto strano che conosca il mio nome visto che in questi due primi mesi di lavoro non mi ha mai rivolto la parola, se non per salutarmi in modo distratto, come se non avesse la minima idea di chi io fossi.
Continuo a guardarlo basita, come se a parlarmi fosse stata Rudy, la renna di Babbo Natale. Poi mi alzo in piedi, allarmata. Vuole forse licenziarmi? Ho commesso qualche terribile errore che costerà allo studio milioni di dollari?
Naaa. I casi che mi sono stati affidati sono tutti di importanza di poco superiore allo zero.
“Non vorrei sembrarle poco opportuno, visto che è la vigilia di Natale…”
Ecco, penso, è fatta: mi licenzia prima ancora che sia terminato il periodo di prova.
“…ma vorrei chiederle se questa sera è libera. E se lo è anche domani e dopo. So che la sua famiglia è in Italia, quindi pensavo probabile che non avesse impegni per Natale.”
Lo guardo perplessa. Forse vuole affibbiarmi un lavoro che lui non ha voglia di fare, qualcosa di estremamente noioso che gli è capitato tra capo e collo all’ultimo istante.
“Posso liberarmi, se occorre, Mr Brennan…” Non ho niente da fare, in realtà, ma  se devo sacrificarmi in nome dello studio è consigliabile vendere cara la pelle.
“Lo apprezzerei molto” dice lui.
Annuisco, in attesa che mi spieghi la natura dell’incarico. Ma lui prende tempo. Comincia a camminare su e giù davanti alla mia scrivania, come se cercasse le parole adatte. Strano comportamento davvero per chi è noto per la sua raffinata e acuta dialettica.
Io rimango zitta, in attesa. Mentre passeggia concentrato, do una sistemata ai capelli e liscio la gonna del tailleurino grigio che indosso. Ne approfitto per squadrarlo, dall’alto al basso e ritorno, e vi assicuro che è un gran bel guardare. L’avvocato col fondo schiena più bello di tutta Boston, dicono le impiegate del tribunale. Non posso che confermare, soprattutto oggi che invece di giacca e cravatta indossa un paio di jeans vissuti, polo e maglione. Per guardargli meglio il lato b inclino leggermente la testa, lui si volta all’improvviso e mi becca in quella curiosa posizione: “Qualcosa non va, Miss Corsi?”
Tutto non va, dannazione, ma come fare a spiegargli?
“No no” rispondo, prontissima.
Mi rivolge un sorriso disarmante con quella sua bella bocca sensuale, mi fissa con i suoi occhi blu, di un blu tanto profondo da sembrare nero, si riavvia i capelli qua e là sale e pepe con un gesto ben calcolato, e mi dice:
“Il fatto è che ho bisogno di una fidanzata per i prossimi due giorni. Sarebbe disponibile?”
Ho già il sì bello e pronto sulle labbra, quindi gli rispondo in modo meccanico e decisamente servile: “Sì,”
Poi mi rendo conto di cosa ho detto. Siii?Alleluia!
“Come dice?” aggiungo subito. “Temo di non aver compreso.”
Lui mi colpisce con un sorriso sleale. Non posso evitare di guardargli la fossetta in mezzo al mento che si allarga leggermente mentre sorride e le labbra che scoprono denti bianchissimi e regolari. E se mi alzassi, gli buttassi le braccia al collo e lo baciassi? Certo, mi prenderebbe per folle, ma ne varrebbe la pena.  Per il momento respingo la tentazione.
“È una questione delicata. La prego di comprendere” continua.
Non so se sia tutta una manfrina, ma mi guarda in modo tale che mi sento svenire, invasa da un calore non sano. Sento caldo anche dove non dovrei. Soprattutto dove non dovrei. Rimango in piedi a fissarlo. Il proverbiale gatto mi ha mangiato la lingua.
Lui prende il telefono. Chiede di una certa Claude e intanto mi studia con interesse. I suoi occhi si fermano senza pudore sui punti cruciali, quelli del 90-60-90. Sono imbarazzata.
“Direi una 42-44, altezza un metro e sessantacinque. Sì, il Donna Karan rosso, scarpe …” copre il telefono e mi chiede: “che numero di scarpe?”
“37” rispondo allibita, cominciando a capire.
“Borsetta e mantello, e un abito da giorno, per domani, e biancheria, e ciò che serve ad una donna per la toilette, comprese creme e maquillage. Tutto. Per tre giorni.”
Oh. Mio.Dio.
La testa comincia a girare. Allungo una mano e cerco di fermare questa follia.
“Mr Brennan, mi sembra davvero inappropriato. Sono un avvocato, non una escort.”
Lui liquida la mia protesta con un’alzata di spalle e un gesto della mano e poco dopo conclude la telefonata.
“Se avessi voluto una escort, Miss Corsi, ne avrei chiamata una.” 
Punto e a capo.

“Non ne dubito affatto, Mr Brennan. Ciò non toglie che…”

“Ci sarà una festa questa sera, molto formale. Non indossate un abito adatto, Miss Corsi…”
Questa poteva risparmiarsela. Decisamente seccata replico:
“Forse Mr Higgins non vuole sfigurare portandosi appresso Eliza Dolittle con il suo misero vestito da fioraia?”
“Avanti, Miss Corsi, cosa c’entra Pigmalione?
Almeno ha colto la citazione.
“Non volevo certo offenderla, ma non c’è tempo per passare da casa sua a prendere qualcosa. Non ho dubbi, mi creda, sul suo ottimo gusto italiano, la incontro ogni giorno, in fondo, e le sue mises, per quanto troppo castigate, sono molto chic.”
Mi lascia senza fiato.
1) perché ha appena ammesso di accorgersi ogni giorno della mia presenza.
2) perché giudica il mio modo di vestire del tutto asessuato.
“Crede forse che dovrei indossare abiti più appariscenti per venire in ufficio?”
“Sarebbe un vero disastro, glielo assicuro. La produttività, almeno quella maschile, andrebbe a farsi benedire.”
Non posso credere che questa conversazione stia avvenendo. Se fossi una civetta ne approfitterei per fargli gli occhi dolci, ma dannazione, non ne sono capace. Così:
“Lasci perdere”  dico. “E si trovi un’altra fidanzata.” Mi risiedo e mi rimetto al lavoro.
“Si rimangia la parola? Non verrà con me?”
“No. Non ci penso neppure. Se crede, può licenziarmi.”
Si avvicina in modo preoccupante. I suoi occhi sono come quelli di un cucciolo che chiede di essere accarezzato. La tentazione di farlo mi coglie improvvisa.
“La prego, Miss Corsi, ho promesso a mia nonna novantenne che avrei trovato una fidanzata entro Natale.”
“Dove, sotto l’albero?” Gli rivolgo il mio migliore sguardo mi prendi per scema?
“Sì, sotto l’albero. Avanti, sia gentile, ho bisogno di lei.”
“Per mentire a sua nonna novantenne? Io non la aiuterò certo.”
“Sta morendo.”
“A novant’anni mi stupirei che non fosse così.”

”Pungente, la piccola Corsi.”

“Già. E non sono piccola. Ora se non le dispiace…” dico rimettendomi a battere sulla tastiera.
“La prego.”
“Lo chieda a un’altra. O forse sono rimasta l’unica fidanzabile ancora in ufficio?”
Un suo sguardo mi conferma quella poco lusinghiera ipotesi.
“Bene, allora la cerchi altrove, la sua fidanzata. La barista del pub qui sotto è molto graziosa…” e ti fa sempre gli occhi dolci, credi che non me ne sia accorta?
“No, non la cercherò altrove, perché lei è perfetta, tu sei perfetta Sofia. Avanti, mettiti il cappotto e vieni con me.”
Poi fa una cosa per la quale potrei anche uccidere. In un lampo si china sopra di me – no, non mi bacia -  e preme il tasto spegni. Il computer gli ubbidisce e si spegne. Traditore del cavolo.
Rimango senza fiato. A nessuno permetto di spegnere il mio computer (anche se questo bellissimo Mac non è mio, ma suo). Lo fisso incavolata. “Se si è cancellato qualcosa…” dico minacciosa.

“Non si è cancellato niente di non recuperabile. Avanti, vieni. Prende dal gancio il mio cappotto, la mia borsa dalla spalliera della sedia, e la sottoscritta per un braccio. Poi trascina cappotto, borsa e sottoscritta fuori dall’ufficio.
Sono talmente sotto chock che lo seguo con dei ma che diavolo … che non intimidirebbero neppure un bambino.
“È tardi” dice lui secco, come se ciò fosse una giustificazione accettabile per trattarmi come un sacco di patate.
Mi carica su una Mercedes dotata di autista vestito di nero che sembra uscito dal film Sabrina e partiamo per la casa avita, sulla costa, dove la famiglia Brennan a quanto pare trascorre il Natale.
Siedo di fianco a lui. Sono imbarazzata, furente e non lo nascondo. Anche se…Quanto avrei pagato solo un’ora fa per sedergli vicina, in un qualsiasi posto di questa terra? Su un marciapiede, da un MacDonalds, su una spiaggia o in una baita di montagna. Ovunque. Purché con lui e con quelle sue mani che suscitano in me cattivi pensieri. Cattivi…Deliziosi pensieri, intriganti pensieri.
Sì, cattivi pensieri.
Dal primo giorno che sono entrata nello studio Rosenthal, Ferguson & Brennan gli ho messo gli occhi addosso, non ho fatto che vagheggiare come una quindicenne di lui. Non appena l’ho incontrato, il mio fidanzato, quel bastardo del mio ex fidanzato, si è sciolto nei miei pensieri come un ghiacciolo alla menta – io odio la menta – sotto i raggi del sole d’agosto.
“Avevo scaricato i miei film preferiti, quelli che vedo sempre  a Natale!” Sbraito delusa, mostrando a mo’ di prova i titoli sull’iPad che tiro fuori dalla borsa come prova dell’ingiustizia che sto subendo. Lui mi prende di mano l’iPad e sottopone i titoli al suo augusto giudizio.
“Niente male. Li vedremo insieme. Su schermo gigante, davanti ad un bel camino scoppiettante e con un bicchiere di eggnog in mano, come due perfetti fidanzatini. Chissà, magari la nonna vedrà con noi L’amore è una cosa meravigliosa, lo adora.”
Alzo gli occhi al cielo e mi concedo un’imprecazione non velata. L’autista sbircia dallo specchietto e se la ride. Jack Brennan si dimentica di me e incomincia a telefonare e a ricevere e mandare mail. Smette solo quando l’auto accosta di fronte a Sacks e un fattorino consegna all’autista un voluminoso pacco. Il mio guardaroba per i prossimi giorni.
“Io non indosserò nulla di quella roba” dico oltraggiata. Ma lui continua a parlare al telefono, facendomi cenno di tacere e di scusarlo ancora qualche minuto. Alzo gli occhi al cielo e mi butto esasperata contro lo schienale. Riprovo a parlargli. Niente. Un’altra volta. Ancora niente. Poi, finalmente, con mossa abile e un coraggio che non sospettavo di avere, gli strappo l’iPhone di mano. Glielo sventolo sotto il naso come una bambina dispettosa e lui mi si butta addosso per riprenderlo. Per qualche istante colluttiamo, come due ragazzini per lo stesso giocattolo. Mi sembra che una mano malandrina mi accarezzi un seno, ma forse è solo una pietosa speranza.
“Ridammelo!” mi ordina, come fosse il mio capo. Cosa che in effetti è.
“Dopo che avrò avuto la tua attenzione” abbaio, fissandolo con odio. Mi infilo l’ iPhone nella scollatura, come si vede fare nei film, ma ho la netta sensazione che quella mossa non lo fermerà. Invece lo ferma. Lo guardo vittoriosa.
“Prima di ridartelo, voglio la verità. Cos’è questa storia della fidanzata? Non voglio sentire ancora quell’idiozia della nonna morente” lo minaccio con un dito, ma non credo di fargli paura.
Lui mi guarda. Anche l’autista mi guarda.
“Chiudi il vetro divisorio, Fred” ordina Jack.
Il vetro scuro si alza, con un leggero sibilo. Siamo all’improvviso soli. Lui lascia scorrere il suo sguardo sulle mie gambe e io mi sento avvampare. Aspetto che finisca l’ispezione e resisto alla tentazione di abbassare la gonna che nella colluttazione appena terminata è salita a metà coscia.
“Allora?” Lo incalzo, per levarmi i suoi occhi di dosso, o per lo meno per indurlo ad alzarli di qualche centimetro.
“La verità è che ci sarà anche la mia ex, con suo marito. Non voglio che pensi che sono ancora solo.”
“Cosa ti importa?”
“Orgoglio, voglia di rivalsa.”
“Perché non portare con te una di quelle – vorrei dire strafighe, ma mi trattengo – bellezze da copertina con cui esci di solito?”

Volevo provocarlo, ma appena finita la domanda divento scarlatta. Lui se ne accorge e sorride malizioso, e scivola sul sedile verso di me. È maledettamente vicino.
“Come fai a sapere con chi esco?”

Come faccio a saperlo? Ti ho visto con almeno tre donne diverse. Nessuna era  alta meno di 1 metro e 75 o pesava più di 50 chili.
“Non lo so, ad essere sincera. Ma le donne che ti porti in studio non passano certo inosservate… Forse, con un tipo normale come me vuoi dimostrare qualcosa alla tua ex? Che sei maturato, magari, che non frequenti  solo ventenni anoressiche?” Lo sfido con un sorrisino canzonatorio.
“Non voglio dimostrare niente” dice serio, “e mi spiace contraddirti, ma tu non sei affatto normale.”
“Sarebbe un insulto?”
“No di certo.”
“Allora un complimento?”
“Neanche. Un complimento è qualcosa di molto diverso.”
“Ah sì?” Lo guardo stupita, con ironia, come se volessi metterlo alla prova.

Mi prende la mano e me la bacia, sfiorandola appena con le labbra, un gesto sensuale che provoca in me uno sconquasso emotivo che non provavo dai tempi del ginnasio. Traggo un bel respiro e poi cerco in modo goffo di riprendermi la mano, ma lui la tiene stretta nella sua. Quando parla la sua voce è bassa e morbida, terribilmente seducente.
“Un complimento è dirti che quando ti incontro mi sembra di essere un ragazzino sottoposto a una devastante tempesta ormonale. Un complimento è dirti che da quando hai messo piede nel nostro studio non ho pensato ad altro che a te, pur sapendo che le giovani avvocatesse sono terra proibita. Un complimento è dirti che oltre che bellissima, sei affascinante e terribilmente in gamba, e che questo mi fa un po’ paura perché non sono abituato a stare con donne più intelligenti di me. Un complimento è dirti che farei qualsiasi cosa per strapparti un sorriso, e forse un bacio.” L’ultima frase gli esce come un sussurro, leggero e profumato, ma terribilmente carico di testosterone.
Non respiro.
Annaspo.
La vista mi si appanna e la testa mi gira. Dalla gola non mi esce che un oh strozzato.
Poi lui mi lascia di colpo la mano – che mi cade come una patata lessa in grembo –s i appoggia allo schienale e con voce sicura e forte, per nulla sensuale, fa: “Questi sono complimenti.”
Mi ha preso per i fondelli. E io ci sono cascata. IN PIENO! Ho cullato una speranza folle. Mi sono illusa, come Catherine Sloper in Washington Square, che fosse sincero. Raddrizzo le spalle e mi appoggio a mia volta allo schienale. Mi sembra che stia ridendo. Di me. Stronzo!, biascico, e che mi licenzi pure, se vuole.



Jack
Forse ci sono andato giù pesante. Ho visto il fuoco della delusione bruciare nei suoi occhi, cosa che dovrebbe rallegrarmi, perché vuol dire che non le sono indifferente quanto pensavo. Ma come, come avrei potuto ammettere che tutto quello che le ho appena sussurrato con tutta la malizia e l’esperienza di un seduttore incallito lo penso davvero? Che sono cotto di lei come un ragazzino? Che mi sono attaccato all’iPhone  per timore di rimanermene zitto, chiuso nel mio imbarazzo? Che nonostante i miei sforzi per comportarmi da gentiluomo non ho resistito alla tentazione e le ho accarezzato un seno, come un sedicenne affamato di erotismo? Come avrei potuto ammettere che vedendola sola in ufficio mi sono lasciato prendere dal panico e invece di chiederle semplicemente di uscire, mi sono inventato questa penosa storia di mia nonna e della mia ex? Be’, non proprio inventato. La nonna continua a insistere che mi trovi una donna come si deve – e non ci sono dubbi che Miss Corsi è come si deve -  e a quella stronza della mia ex vorrei mostrare come mi comporto quando sono davvero innamorato, e non tenuto al guinzaglio come mi teneva lei.
Se dicessi a Sofia la verità, mi prenderebbe per pazzo, per uno fuori di testa o forse per un maniaco?
Certo che sei bella, dolce Sofia, delicata bellezza mediterranea. Se sapessi quanto desidero accarezzarti… Una carezza sola mi farebbe già felice. Dio! Possibile che dopo aver avuto decine di donne mi senta così…inadeguato e spaventato vicino a te?
“Sei ancora innamorato?” mi chiede all’improvviso, guardandomi di sottecchi. Mi risveglio con un sussulto dalle mie fantasie.
“Come?”
“Della tua ex. La ami ancora? “
Non rispondo, scuoto la testa. “La mia ex? Non mi interessa, puoi credermi. La verità è che non voglio sentire parenti e amici ripetermi le solite storie, che avrei dovuto sposarla, che era la ragazza giusta. Non lo era, nonostante le sue arie di fidanzata dell’anno.”
“Ma io che c’entro?” chiede ingenua come un passerotto davanti allo sparviero. Sono un vero bastardo.
“Sofia, quando ci vedranno insieme avranno altro su cui speculare. Mi spiace, ti passeranno ai raggi X. Preparati e sii te stessa. Non devi fingere, sei perfetta così come sei.”
“Oh, la prospettiva a dir poco mi agghiaccia” mormora. Poi guarda davanti a sé, negli occhi scuri una sfumatura triste, sembra più giovane dei suoi trent’anni.
Traffica nella scollatura e mi restituisce l’iPhone. Lo spengo e me lo infilo in tasca.
Una pace innaturale e improvvisa cala su di noi. Si sente solo il brusio ovattato del motore mentre alla nostra destra si incominciano a intravedere le onde del mare.
“È bello” sussurra indicando l’oceano.
Vorrei passarle un braccio dietro le spalle,  stringerla a me. Guardare le onde lontane con lei appoggiata teneramente alla mia spalla è un sogno che non mi permetto di fare. Mi accontento di sentire il calore del suo corpo avvolgermi come un abbraccio. È una sensazione dannatamente erotica.


Sofia
Lui mi guarda e mi sorride. Un sorriso che mi fa sciogliere il cuore e arricciare le punte dei piedi. Fanculo a lui. Mi abbandono contro lo schienale e, con l’immagine del mare negli occhi, mi addormento.  Mi sveglio di soprassalto solo quando Jack mi sussurra all’orecchio che siamo arrivati.
“Quando saremo in mezzo agli altri dovrò prendermi delle piccole libertà, come tenerti la mano, o stringerti a me, cose che fanno i fidanzati, insomma.”
Puoi prenderti tutte le libertà che vuoi, penso, tuffandomi in quei suoi occhi blu che mi stanno accarezzando il viso.
“Sì, ma non esagerare” rispondo secca.
Il retro della casa si affaccia su una spiaggia dura, algida, mossa da spettacolari dune di sabbia. Sul davanti c’è  invece una distesa di erbe e cespugli selvatici spruzzati di neve. Neve e sabbia sembrano giocare a rimpiattino, non si capisce dove inizi l’una e finisca l’altra.  L’edificio è imponente, semplice ed elegante; l’esterno rivestito in doghe di legno bianco, con cornici e tegole di un grigio freddo come l’Atlantico. È una di quelle dimore che si vedono solo su AD o nei film, dove pensi che non metterai mai piede. Sbagliato. Sto per mettercelo, il piede, al fianco di uno degli scapoli più ambiti del New England. Un vero principe azzurro. Dannazione. Perché mi sono cacciata in questo guaio?
L’interno è perfetto, l’eleganza è discreta, all’apparenza casuale,  ed ogni stanza è decorata per il Natale con rami d’abete, mele, fiocchi rossi e pigne naturali. L’albero è gigantesco, straripante di decorazioni e circondato da pacchetti colorati. Il profumo della cannella invade l’aria. Le urla dei bambini – ce ne sono molti, di chi siano non so – arrivano festose alle orecchie. Mi trovo come Eliza Dolittle  catapultata all’improvviso in un mondo che non conosco, straniero e differente. Forse anche diffidente. Tutti sembrano così semplici, alla mano, ma sono al massimo livello dello snobismo upper class. I genitori di Jack – la madre sembra avere quarant’anni come il figlio  tanto è rifatta bene – mi guardano con benevolenza, ma nei loro occhi sfavilla per un istante il sospetto. Vorrei urlare che non mi importa nulla del loro erede, ma non posso, perché:1) non è vero. 2) tradirei Jack. Sono, anche se solo per Natale, la sua fidanzata, non devo dimenticarmene.
Sorrido a Jack e spero che questo piccolo gesto mi infonda coraggio.  Ma non è così perché il suo sorriso mi promette il paradiso. No, molto di più. C’è il futuro in quel sorriso, c’è amore, rispetto, voglia di ridere, di essere tristi, di possedere ed essere posseduti. Oddio, se quegli occhi sono sinceri, allora… allora vuol dire che lui…Mi tremano le gambe. Altro che coraggio, sono assalita dal terrore.
 
Jack.
Sofia è spaventata e lo sono anch’io. Non certo per la mia famiglia che mi farà il terzo grado su di lei, ma per quello che ha visto nei miei occhi, che fa una paura del diavolo anche a me. Sono preso da una donna che non conosco quasi e non  riesco neppure a nasconderglielo. Ha capito. Sofia sa che cosa provo per lei. Oddio, sto forse arrossendo?
“Andate a salutare la nonna” ci esorta la mamma con quel suo fasullo accento oxfordiano.
“Con piacere” risponde Sofia, ma la voce le trema.
“Vieni, andiamo” le prendo la mano, le nostre dita si incrociano e non si lasciano.
In silenzio raggiungiamo il piccolo salotto dove mia nonna ama passare le sue giornate, quasi sempre da sola. Non potendo più leggere, negli ultimi anni si consola ascoltando audio libri. “Fino a questo momento sei stata bravissima” sussurro.“Pronta ad affrontare la prova più difficile?”
“No, ma faccio finta di esserlo” risponde. La rassicuro con un sorriso. Busso alla porta ed entriamo.
 
Sofia.
La nonna novantenne è rinsecchita, ma dritta come un fuso, gli occhi due spilli arroventati dall’esperienza e dall’intelligenza. Inforca un bizzarro paio di occhiali e mi passa ai raggi X.
“Mi compiaccio che questa non sia una delle solite sciacquette che ti porti appresso, Jack, alte come pertiche e  secche e intelligenti come galline spolpate.”
Cerco di trattenermi, ma non ce la faccio, e scoppio a ridere.
“Nonna, non cambierai mai? Devi dire sempre quel che pensi?”
“A novant’anni posso permettermi di dire ciò che voglio, figliolo. E tu, ragazza, avvicinati.”
E se la storia della nonna fosse vera? Se Jack volesse veramente regalarle la speranza di aver trovato la donna giusta?
Mi avvicino.
“Mi chiamo Rose, come la capostipite dei Kennedy” dice, orgogliosa.
Sorrido: “Piacere, Mrs Brennan. Io sono Sofia.”
“Come la Loren?”
“Già.”
“E leggeresti per me qualche pagina, Sofia?”
“Con estremo piacere signora, se riuscirà a sopportare il mio terribile accento italiano.”

“Mi sacrificherò!” scherza. “Bene, cara, allora ti aspetto più tardi, non appena vi sarete sistemati. In camere separate, oso sperare!”
“Nonna!”

La vecchia signora alza le spalle e si rivolge a me ignorando le proteste del nipote. “Sceglierai tu, Sofia, il libro da leggere.”
“A Natale? A Natale non si sceglie, signora. La scelta è d’obbligo.”
Lei accarezza A Christmas Carol, che tiene sul tavolino di fianco alla poltrona.
“Bene, ragazza, allora ti aspetto.”
Jack si china a baciarle le guance avvizzite e imbellettate, poi usciamo dalla stanza.

 
Jack.
Sofia è stata magnifica con la nonna. Rispettosa e determinata. Le è piaciuta di sicuro. Adesso glielo dico.
“Le sei piaciuta, Sofia. Ti ha guardato con rispetto e speranza.”
“Ha guardato con rispetto e speranza un’imbrogliona. Forse ti sei dimenticato che stavamo recitando, entrambi?”
Ha ragione, anche se io non fingevo.
“Sei proprio certa che fosse una recita?” chiedo. Non le concedo il tempo di rispondermi. Cambio frettolosamente argomento:“Vieni, ti voglio mostrare la biblioteca. Ci passavo un sacco di tempo, da bambino.”
Le prendo la mano e lei mi segue docile fino alla porta. Entriamo.
“Senti che buon profumo c’è qui dentro? Profumo di legno, della pipa di mio nonno, di libri.” Lei non dice niente, si guarda intorno, come stupita, sembra imbarazzata, commossa dalle mie confidenze. Poi il suo sguardo si ferma nei miei occhi.
“Mi sembra una follia tutto questo, Jack, Mr Brennan. Forse dovrei chiamarti ancora Mr Brennan.”
“È sicuramente una follia, Miss Corsi, la più dolce follia che abbia mai commesso nella mia vita.”
Finalmente trovo ciò che mi ha condotto in quella grande, calda stanza.
“Eccolo là, come ogni anno. Vieni” le dico. E lei, pur non comprendendo, mi segue.


Sofia
E adesso, cosa succede? Potrebbe portarmi anche all’inferno, e lo seguirei perché, se deve essere una follia, che lo sia fino in fondo. Non è del tutto scriteriato scoprire all’improvviso di essere… innamorata?
Stiamo attraversando la grande stanza, diretti a una porta-finestra che si apre sulla spiaggia. Il rumore delle onde ci fa da colonna sonora.
Ci fermiamo davanti alla porta. Lui si gira verso di me e mi guarda. Poi guarda verso l’alto e sorride come un bambino sorpreso a rubare la marmellata.
“Che hai?” chiedo perplessa.
Lui guarda in alto. Seguo il suo sguardo e noto finalmente l’oggetto di tanto interesse, quello per cui mi ha portata lì. E mi metto a sorridere anch’io. Il cuore comincia a battere in modo forsennato, il fiato a farsi corto.
Lui apre un battente e insieme, senza dire una parola, ci fermiamo  sulla soglia, metà dentro casa, metà fuori, colpiti dall’aria gelida proveniente dall’Oceano e dalla consapevolezza di quello che sentiamo, dall’anticipazione di quello che sta per accadere.
“Non ne conosco il motivo, ma c’è sempre stata l’abitudine in questa casa di appendere il vischio a questa porta. Chissà, forse ti ho portata fin qui solo per questo” mi sussurra, mentre la sua mano destra si posa leggera sulla mia schiena e la sinistra mi prende delicatamente il viso e lo solleva verso di lui.
Guardo la sua bocca, i suoi occhi appassionati, poi il vischio e sorrido.
“Che stupida abitudine, questa di baciarsi sotto il vischio!” mormoro. La mia voce trema, come tutta me stessa. Poi non dico più niente perché le labbra di Jack si posano sulle mie.
“Buon Natale” mormora, e poi la sua bocca mi porta in paradiso.


 Carissimi auguri di Buon Natale a tutti voi e ai vostri cari

Yours truly
                  Viviana

Ps Avevo già pubblicato questa novella qualche anno fa sul blog La Mia Biblioteca Romantica, che ricordo sempre con molto affetto.






giovedì 17 dicembre 2015

ZITTA E FERMA MISS PORTLAND!


Zitta e ferma Miss Portland!

Il romanzo e l'omaggio al regency.

Nel 2015 si è festeggiato l’ottantesimo anniversario di Regency Buck (Il dandy della Reggenza), considerato il primo romanzo storico ambientato durante il periodo della Reggenza (1811-1820):  firmato da Georgette Heyer nel 1935, dava inizio a uno dei generi più popolari di tutti i tempi, il regency. Per celebrare quel romanzo e la sua autrice, ho avuto la scellerata sfrontatezza di scrivere (per EmmaBooks che ringrazio anche per la cover deliziosa) un divertissement affettuoso che fin dal titolo riecheggia gli umori del genere e si ispira a quel mondo, all’apparenza popolato solo da duchi e conti e marchesi – spesso arroganti e libertini – e da ingenue debuttanti in cerca di marito o prede di cacciatori di dote. Lo ripercorro a  modo mio, con i toni ironici che mi vengono naturali e cambiando un po’ le regole del gioco...

In ‘Zitta e ferma, Miss Portland!’ ci sono, come è giusto che sia, un conte refrattario al matrimonio (addirittura due, per la verità); una giovane donna (Miss Portland, naturalmente) indifferente alle regole del ton e per nulla desiderosa di accasarsi; la season londinese in tutto il suo splendore e pure “un’estate da ricordare” (come direbbe Mary Balogh) nella campagna del Sussex. E infine, tra qualche scaramuccia, un duello mancato e un tentativo di fuga verso Gretna Green, l’immancabile happy ending.
PS Questa, pubblicata da EmmaBooks, è la nuova edizione del mio primo romanzo che, nel 2010 o giù di lì, pubblicai a puntate sul web. Praticamente, ho dovuto riscriverlo tutto! Quindi è nuovo nuovo!

La dedica.

Durante la Vie en rose di qualche anno fa, a Marcella Meciani, responsabile editoriale di Mondolibri, venne domandato quale fosse il segreto del successo del Regency. 
Duchi, conti e marchesi e... marchesi  conti e duchi” rispose. 
Come non essere d'accordo con lei?
Quindi... a chi potevo dedicare questo romanzo, secondo voi, se non a Georgette e a loro?

A Georgette Heyer,
che mi ha introdotta con soave leggerezza a delizie e fatiche della season londinese.
E ai tanti duchi, conti e marchesi che, sciagurati loro,
mi hanno spesso rubato il cuore.



Il periodo della Reggenza
Sono più che certa che tutti voi già lo sappiate, ma... Con Reggenza si indica il periodo (1811-1820) durante il quale, a causa dei problemi mentali di Giorgio III, il regno fu affidato alle mani parecchio bucate del figlio, il Principe di Galles, che regnò prima come Principe Reggente e poi, alla morte del padre, col titolo di Re Giorgio IV. In realtà, con il passare degli anni e il crescere del successo, i tempi del Regency si sono alquanto dilatati sino a coprire un arco temporale che va dai primi anni del XIX secolo sino a circa il 1830, anno della morte di Giorgio IV.

Un piccolo assaggio dal primo capitolo

Pur essendosi ormai rassegnata a tenere il cappello fermo con la mano destra, con la quale reggeva pure l’ombrellino e una piccola borsa di velluto blu, Miss Portland procedeva spedita, lo sguardo fisso a terra, ormai a pochi metri dal calesse di Maylon.
E lo avrebbe superato senza prestare alcuna attenzione, né all’uomo che lo guidava né al cavallo che lo tirava, se l’ottavo conte di Maylon non ne fosse smontato con un salto e non le si fosse parato davanti sbarrandole la strada.

«Miss Portland, è un piacere insperato incontrarvi.»
Sophie sussultò e sollevando lo sguardo si trovò di fronte quell’uomo. Che nelle ultime due settimane tante volte era riuscita abilmente a evitare.
Lo fissò senza nascondere la propria sorpresa e, con un semplice «Lord Maylon» e una frettolosa riverenza, si apprestò a proseguire il proprio cammino. Tentativo sprecato, perché lui, di nuovo, le si parò davanti.
Che cosa voleva da lei?
«Ho appena fatto visita alla vostra madrina, illudendomi di incontrarvi, Miss Portland. Ma è evidente che non ho avuto questa fortuna. Così, quando vi ho vista, ho sperato che mi avreste fatto l’onore di lasciarvi ricondurre a casa.»
La mano ancora sul cappello, il pericoloso ombrellino puntato verso di lui come una lancia in resta, Sophie socchiuse gli occhi come per osservarlo meglio e, senza giri di parole, gli chiese: «Per quale ragione, Lord Maylon, vorreste ricondurmi a casa, quando sono quasi arrivata?»

***
Tutte le risposte che vennero alle labbra di sua signoria non avrebbero potuto essere riferite a Sophie senza il ricorso a imbarazzanti spiegazioni.
Se le avesse detto che voleva riaccompagnarla a casa per poter rimanere finalmente solo con lei, anche se per pochi minuti, avrebbe dovuto spiegarle anche il perché di quel desiderio. Avrebbe dovuto confessarle che da quando si erano incontrati non faceva che pensare a lei. Con un’intensità fastidiosa e insistente, tanto da non essere più riuscito a guardare né tantomeno a toccare un’altra donna.
No, questa spiegazione era fuori luogo, l’avrebbe scandalizzata: era una debuttante, dopo tutto.
Avrebbe potuto dirle che voleva respirare il suo profumo, che sapeva di mughetti e viole, gioire del suo sorriso coinvolgente e pericolosamente sensuale, sentirsi circondato dalla vitalità e dal calore che il suo corpo sprigionava, ascoltare la sua voce e perdersi nei suoi occhi.
Scartò anche questa ipotesi, ritenendo che tale risposta avrebbe potuto apparire a Miss Portland non solo esagerata ma del tutto sciocca.
Quindi, con tono rude e sguardo severo, si limitò a fornirle più che una sola motivazione, un intero elenco di ragioni inappuntabili.
«Primo, perché è tardi, Miss Portland, e Lady Rumphill era molto preoccupata che non foste ancora rientrata a casa. Secondo, perché la borsa che portate è talmente pesante che, se non ve ne liberate subito, domani avrete difficoltà a muovere le braccia... a proposito, quando contate di leggere tutti quei libri, Miss Portland?... e, terzo, perché altrimenti finirete col perdere quel delizioso cappello di paglia che a quanto pare non vuole rimanervi sulla testa. Forse perché la vostra testa è talmente dura da scoraggiare anche un cappello. Allora, salite o devo convincervi in altro modo?»
«È questo che pensate della mia testa, my lord?» gli rispose lei, le labbra arrotondate in un Oh! oltraggiato.
«Questo, e molto altro.»
«Non oso davvero chiedervi cosa intendiate per molto altro, ma presumo sia meglio evitare di darvi quest’ulteriore soddisfazione.»

E mentre diceva queste parole, docile docile Miss Portland gli permise di aiutarla a salire sul calesse, mentre lui, pur sorpreso dalla resa di lei, ancora sogghignava per quella risposta tagliente. 

***

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Yours truly
Viviana