giovedì 19 dicembre 2013

A NATALE OGNI SCHERZO VALE


Un mio racconto di Natale, per entrare in clima Jingle Bell.
Lo scrissi un paio di anni fa per la rassegna Christmas in Love di La Mia Biblioteca Romantica. La rassegna prosegue anche quest'anno, non perdetela! 


A NATALE OGNI SCHERZO VALE
Una favola romantica e natalizia.


 Domanda: siete mai state baciate da Babbo Natale? Proprio da lui, da quel vecchio signore rotondetto, barbuto e vestito di rosso che se ne va in giro per i cieli con una slitta trainata da otto renne? Che riceve montagne di lettere dai bambini di tutto il mondo e che dirige la più fantastica fabbrica di giocattoli dell’universo? No? Non vi ha mai baciate? Non mi stupisce affatto, perché dubito da ormai parecchi anni che il signore in questione esista. Ma se quella notte di Natale foste state nei panni di Margherita – che per la verità si limitavano a una camicia da notte oversize di flanella, con tante piccole e adorabili renne su sfondo rosso, e ciabatte di peluche drammaticamente coordinate - be’, forse un dubbio lo avreste avuto anche voi.
Ma incominciamo dall’inizio, da Margherita.
Trentenne, sognatrice, scrittrice di romanzi rosa. Inesorabilmente… single. Non c’è da stupirsene che lo fosse, dal momento che gli eroi che per lavoro ogni giorno frequentava - impeccabili lord inglesi, seduttori raffinati, libertini dal cuore nobile, avventurieri senza scrupoli e affascinanti fuorilegge - l’avevano portata fatalmente ad alzare lo standard degli uomini cui concedeva il proprio interesse. Bastava un filo di insalata nei denti e anche il più interessante, divertente nonché strafigo dei suoi estemporanei accompagnatori finiva depennato dalla lista dei papabili. Oh, di storie ne aveva avute, qualcuna anche importante. Ma chissà perché i suoi fidanzati finivano sempre per essere beccati con una foglia di cicorino nei denti. Io, a Margherita non l’ho mai detto, ma ho sempre avuto il forte sospetto che mai la sua ricerca dell’uomo perfetto, dell’uomo che fuori dal meraviglioso mondo dei romance sarebbe morto di fame o investito da una macchina in un paio d’ore, avrebbe avuto successo. E per una semplice ragione: Margherita non aveva la minima intenzione di trovarlo. Stava bene così com’era, anche se c’erano giorni e soprattutto notti che malediceva la sua dorata e tranquilla solitudine.
Ma come vedremo…..

Margherita amava il Natale. Era l’unico periodo dell’anno in cui le piaceva uscire nelle strade affollate della sua città, guardare le vetrine decorate, sentire il profumo delle caldarroste e, quando succedeva, bearsi della fragranza celestiale della neve che cadeva. Amava il silenzio di quei fiocchi meravigliosi, che smorzavano le voci stridule della città, e amava la loro magica luce, che illuminava anche gli angoli più segreti della sua anima.
E così, quando la sua amica Viola l’aveva tenuta su Skype delle ore per convincerla a raggiungerla nel Connecticut, dove viveva con George, il suo adorabile marito, e i loro bellissimi bimbi Sarah e Jack, non era riuscita a dirle di no.
“Marghe–le aveva detto sorridendo -, quest’anno devi venire. Siamo sotto la neve e sembra di vivere nel villaggio di Babbo Natale. I bambini sono felici e hanno voglia di abbracciarti. Ti prego, vieni…dimmi di sì, dimmi di sì…..”
Il dimmidisì era stato ripetuto da Viola almeno una ventina di volte senza soluzione di continuità, mentre Margherita cercava di interrompere quel fiume di parole con deboli proteste.
”Devo sentire i miei, prima…”
Neanche questa scusa aveva funzionato.
”Tua mamma è d’accordo, e tuo papà pure, me l’hanno detto loro. Se tu verrai in Connecticut, loro se ne andranno in crociera, sai da quanto lo desiderano, vero?...:”
Margherita si sentì incastrata. Deglutì e incominciò a canticchiare Bianco Natale.



23 dicembre.
Scalo a New York. Coincidenza New York –Hartford. In tutto, dodici ore di viaggio, attese comprese. Sonno: devastante. Nausea: nella norma. Panico da volo: 8, su una personalissima scala variabile da 1 a 10.
Viola l’aspettava al Bradley International. Non appena la intravide al cancello degli arrivi, come una tarantolata cominciò a saltellare, a lanciare urletti, a mandare baci. Come si stessero finalmente ritrovando dopo le vacanze estive di terza media.
Non cambierà mai, pensò Margherita, preparandosi a  un campionario decisamente imbarazzante di baci, abbracci e domande che avrebbero riguardato soprattutto la sfera sentimentale della sua vita. E così, logicamente, fu. Solo più tardi, in auto, con Viola impegnata alla guida e quindi impossibilitata ad esibirsi oltre nel repertorio di benvenuto e nell’atteso terzo grado, Margherita aveva tirato un respiro di sollievo, si era appoggiata allo schienale e chiudendo gli occhi aveva cercato una sensata spiegazione a quella sua sciagurata trasferta natalizia. E si era addormentata.
Risvegliandosi di soprassalto circa un’ora dopo, il suo primo pensiero fu che la macchina del tempo di “Ritorno al futuro”, a cui l’automobile di Viola sinistramente somigliava, l’avesse trasportata indietro negli anni, in un film, o in una cartolina illustrata.
“Santissimo Cielo!” mormorò.
“Santissimo cosa, bella addormentata?”
“Dammi un pizzicotto.”
Viola non si fece pregare.
No, non stava sognando, anche se le sembrava di essere stata risucchiata in un film degli anni’40.
“Benvenuta a Scampfield, Connecticut, Marghe: 5300 abitanti e altrettanti cani. Dei gatti ho perso il conto.”


24 dicembre. 
Al mattino si erano recate in centro per gli ultimi acquisti. Avevano percorso in lungo e in largo la Main Street e ammirato gli antichi edifici che due secoli di storia non avevano intaccato. Ogni angolo, ogni particolare, sembrava tratto da un’opera di Norman Rockwell, di quelle ambientate a Natale che Marghe amava particolarmente. Non mancava nulla, neppure le statue di Giorgio Washington e di Paul Revere, il gazebo nel mezzo della piazza principale e la chiesa in legno bianco, dal campanile aguzzo. C’era persino un laghetto ghiacciato dove bambini e adulti con le guance arrossate e la testa circondata da vivaci paraorecchi pattinavano felici. Probabilmente d’inverno i cittadini di Scampfield passavano una mano di vernice bianca ovunque affinché nessun colore contaminasse il bianco immacolato della neve, candida e soffice come in nessun altro luogo della Terra. Solo i colori del Natale erano ammessi: il verde dei rami d’ abete e di pungitopo, il rosso dei fiocchi e delle bacche, l’oro scintillante delle decorazioni e delle onnipresenti luminarie. Una bellezza serena, da togliere il fiato.
“Le ragazze Gilmore dove abitano?”, aveva chiesto scherzando Margherita a Viola, riferendosi alla sua serie tv preferita, “Una mamma per amica”, ma Viola le aveva risposto stupita: “Come fai a conoscerle? Abitano vicino al Municipio.”
Ecco. C’erano davvero le Gilmore Girls a Scampfield! Margherita sperò ci fossero anche Luke e il suo fantastico caffè.


Il programma dei festeggiamenti, predisposto da Viola con precisione militare, non sarebbe stato dei più leggeri. Viola era stata categorica nell’esporglielo, temendo una crisi di rigetto dell’ amica. Aveva alzato una mano per bloccare ogni suo tentativo di interromperla, riuscendo perfettamente nell’intento.
La preoccupazione con cui Margherita stava fissando l'amica si trasformò in puro terrore quando questa aggiunse:
“Domani ci sarà un viavai continuo di gente a casa nostra, ci scambieremo doni e ci rimpinzeremo di tacchino e dolci fino a scoppiare.”
Marghe pregò che il viavai non si limitasse a maschi single invitati in suo onore.
Viola continuò.
“Questa sera, dopo la funzione, canteremo carole in piazza…”
Con l’esercito della Salvezza? Pensò Marghe.
“… berremo zabaione e infine, una volta a casa, attenderemo l’arrivo di Babbo Natale. Ti va come programma?”
Margherita aveva guardato Viola con commiserazione.
“Babbo Natale, dici?”
“Sì, è una tradizione ormai. La sera della vigilia aspettiamo alzati l’arrivo di Santa Claus con i bambini. Devi vedere la loro espressione quando lo sentono armeggiare di sotto, in salotto!”
“Ah! –aveva risposto Margherita – e scommetto che nel frattempo George scompare dalla circolazione.”
“Figurati! Lui deve essere presente, se no, chi li sente Jack e Sarah?”
“Ma se lui è con voi – non riuscì a non chiedere Margherita – chi fa Babbo Natale?”
“In che senso?”, le aveva risposto stupita Viola.
Ecco. 




La sera della vigilia si era svolta come previsto. Dopo le carole in piazza, dove il freddo pungente era stato combattuto con disinvoltura da una buona dose di punch caldo, dopo altri brindisi a base del miglior (e del più forte) zabaione che Margherita avesse mai bevuto, arrivò alfine il momento di tornare a casa. Margherita, il cui incedere era decisamente compromesso dall’alcool che le circolava nelle vene, guardò con invidia i due bambini addormentati sulla slitta, poi alzò gli occhi al cielo sperando di vedere la Stella di Natale. E come ogni anno, si convinse di averla vista.
“Aspetti con noi Babbo Natale?” le avevano chiesto Jack e Sarah una volta rientrati in casa. Automaticamente aveva risposto di sì, preparandosi ad una lunga attesa. Ma due minuti dopo si era addormentata.
Si svegliò alle due di notte di soprassalto. Non sapeva esattamente come si fosse infilata prima nella camicia da notte e poi nel letto. Ma in qualche modo c’era riuscita.


Babbo Natale sarà già arrivato?
Non aveva più sonno. Era sveglia, allegra, quasi felice. Andò in bagno, bevve un sorso d’acqua e si guardò. Si vide bella, non solo graziosa. Sembrava 
risplendere: i capelli castani le ricadevano sulle spalle come se fosse appena uscita dal parrucchiere, le labbra erano morbide e di un rosa acceso, gli occhi nocciola grandi e splendenti, la pelle non del solito colorito spento, ma luminosa e colorita. Merito della camminata, probabilmente, dell’aria pulita o del profumo di abete e di cannella che si respira in questo posto fuori dal tempo. O dello zabaione.
Si trovò ad invidiare Viola, con la sua bella casa, la sua vita ordinata, due adorabili bambini e un marito che avrebbe probabilmente vinto il primo premio al prossimo concorso per il miglior marito dell’anno. Un brivido la scosse.
Naaaa, questa vita non fa per me.
Scese in cucina, con addosso solo la camicia da notte, con le sue belle renne disegnate, e le ciabattone di peluche: la mise meno intrigante che donna avesse mai indossato. Ma chi voleva essere sexy la notte di Natale? E per chi, poi, per il vecchio Santa?
Mille stelline si accendevano e si spegnevano sull’albero di Natale, avvolgendo di luce calda il salotto. Una miriade di pacchetti giaceva ai lati del camino, dove la brace ancora respirava. Il dorato riflesso della neve filtrava dalle finestre. Margherita trattenne il fiato, tanto magico le parve quel momento. Una frazione della sua vita da ricordare per sempre.
Oh.Mio.Dio. 
Si avvicinò a una vetrata e guardando fuori rimase stordita di fronte all’immobilità di tanto splendore. Stille Nacht. Già, notte immobile e silenziosa.


E fu in quel momento che una voce profonda e arrochita dal sonno ruppe la magia di quell'attimo.
“Non sai che è proibito guardare i regali prima che sia mattino, bambina?”
Le uscì un urlo dalla gola, curiosamente silenzioso. Si girò di scatto e rimase a bocca aperta.
Babbo Natale, comodamente seduto sul divano, la stava studiando con impertinente interesse, un bicchiere di latte in mano, una bottiglia di whisky sul tavolino di fronte a lui, aperta. Il piatto di biscotti che i bambini gli avevano lasciato per rifocillarsi prima di riprendere il viaggio, vuoto. La ciotola con l’insalata per le renne, piena.
Vedendo l’ espressione stupefatta di Margherita, Babbo Natale si esibì in una classica, grassa, sonora risata.
OH-OH-OH-OH!
Margherita non capì cosa ci fosse di tanto divertente. Con circospezione e il cuore che sembrava uscirle dal petto, si avvicinò all’uomo che, sempre ridacchiando, si teneva la grande pancia con le mani.
“Non sono una bambina,” disse, indispettita come una bambina.
“Nessuno è veramente quello che sembra.”
Santa Claus parlava un inglese americano dal sofisticato accento del New England. Santa Claus era forse di Boston?
Nessuno è quello che sembra, e troppo spesso ci sforziamo di apparire chi non siamo. Come lei, signor Babbo Natale….”
Babbo Natale cambiò repentinamente argomento.
“Mai visto dei ciabattoni tanto eleganti.”
Babbo Natale amava il sarcasmo.
“Caldissimi,” commentò Margherita piccata, alzando un piede davanti a sé per mostrarglieli in tutto il loro splendore.
“E quelle renne, sulla tua camicia da notte, bambina, sono adorabili. E sicuramente meno fannullone di quelle della mia slitta.” Anche se il viso era nascosto dalla barba di ordinanza, era chiaro che stesse sorridendo. E soprattutto che stesse flirtando con lei.
Babbo Natale sta provandoci!
Margherita cominciava a rilassarsi. A divertirsi, invece di scappare terrorizzata in camera sua. Ma no, il misterioso Santa Klaus doveva essere semplicemente un amico di George. Avrebbe voluto stendere la mano e dirgli:
”Piacere, sono Margherita, e lei è….”
Ma non lo fece. Se Babbo Natale voleva continuare a giocare, lei sarebbe stata al gioco.


Si avvicinò per studiarlo meglio. Aveva gli occhi scuri - le parvero bellissimi -, allungati sotto il peso del sonno. Spalle larghe, gambe chiaramente lunghe. E una grande pancia. Margherita dovette resistere alla tentazione di strappargli la barba per vederlo in viso e di toccargli la pancia per sincerarsi che fosse solo un cuscino imbottito. Titubante chiese:
“E…. ha già consegnato tutti i regali, Mr Santa Claus?”
“Per la verità ho la slitta ancora piena. Sarà una lunga notte…”
 “Un caffè, non le andrebbe?”
“Sarebbe fantastico.”
Seguita da almeno un metro e ottantacinque centimetri di Babbo Natale, Margherita si diresse in cucina.
Accese la luce. Chiese:
“Ha portato anche a me un regalo, o il mio nome era nella lista dei bambini cattivi?”
Aprì il barattolo del caffè e un delizioso aroma si propagò nell’aria.
“Mi spiace, signorinella, a ben vedere sei troppo grande per i regali…” Gli occhi di Babbo Natale indugiarono sul corpo di Margherita. “Decisamente troppo grande. Tuttavia, se tu mi rivelassi un tuo desiderio, potrei anche accontentarti….”
Margherita lo guardò incuriosita.
“Non ho desideri”, rispose mentendo, e si diede da fare con la macchina del caffè.
“Bugiarda, tutti hanno dei desideri….”
Lei si girò. La voce dello sconosciuto le era sembrata sfacciatamente intima, e i suoi occhi….infiammati di desiderio?
Naaaa.
Non potè evitare di arrossire.
Scrollò la testa senza rispondere, ruotò velocemente su se stessa e osservò il caffè scendere lentamente.
Chi sei, uomo misterioso?


Due minuti dopo sedevano al tavolo di cucina, una tazza di caffè in mano. Per quanto surreale fosse la situazione, sembravano entrambi a loro agio. Si stavano studiando. Lui si era tolto i guanti rossi bordati di pelliccia (ecologica), lei gli fissava le mani. Erano grandi, forti, un po’ screpolate, come di chi trascorre molto tempo all’aperto. Pensò dieci cose che quelle mani avrebbero potuto fare. Farle. La conseguenza di quel pensiero fu un rossore diffuso sul viso, un’ondata di calore e un risolino compiaciuto.
Lui la guardò, interrogativo.
Ora ci si mettevano pure le labbra. Per un istante Margherita le vide chiaramente. Sarebbe stato meglio non averle viste, perché incominciò a pensare alle dieci cose che quelle labbra…. Eh no, non ci sarebbe ricascata. Altro rossore, altro calore. Doveva pensare ad altro. Alla fine del mondo. Si concentrò su quell’ angosciante prospettiva e bevve fino all’ultima goccia del suo caffé. Quindi chiese con un sorriso angelico:
“Non sarebbe ora che si rimettesse in viaggio, Mr Santa Claus?”
Erano quasi le tre del mattino.
“Temo di sì. Non ti andrebbe di accompagnarmi?”
Lei lo fissò sbigottita.
“Mi spiace, Mr Claus. Dovrà trovarsi un altro aiutante.”
“Di aiutanti sono già pieno: sai quanti elfi fanno domanda di assunzione ogni anno? E poi, non chiederei altro che la tua compagnia.”
Già, è quello che dicono tutti, prima.
Era ora di mettere le carte in tavola.
“Chi sei?” gli chiese Margherita fissandolo senza nascondere la propria curiosità.
“Babbo Natale,” rispose lui.
“Già”.
Margherita lo guardò con aria di sfida e decise che era arrivata l’ora di agire, di smascherarlo. Si alzò, con aria indifferente.
“L’accompagno alla porta, Mr Santa Claus, o esce dal… camino?”
“La porta andrà bene. Ho una certa età, ormai, e inerpicarmi su per i camini, soprattutto quando sono ancora accesi, non è piacevole.”
Lei gli rivolse il suo miglior sguardo sarcastico.
Gli occhi scuri di quel misterioso Babbo Natale le sorridevano, sornioni, invitanti, maliziosi. Non sarebbe stato difficile cedere al loro richiamo. Era tutto talmente incredibile che Margherita si domandò se non stesse sognando.
La barba, concentrati sulla barba finta.
Si incamminarono vero il salotto. Con un Dopo di lei signorina…” roco e sensuale, seguito da un inchino canzonatorio, le cedette il passo.



Come una bambina, Margherita si girò sorridente e fiduciosa verso di lui, quasi si fosse dimenticata di chiedere nella letterina il regalo più ambito. E fu in quel preciso momento che agì. Si attaccò alla barba e tirò, con tutte le sue forze. La barba cedette, naturalmente, e Margherita sentì le ginocchia piegarsi e il cuore accelerare. E il mondo sembrò girare più in fretta.
La sua vista vacillò.
E il suo cuore mancò un battito.
Margherita scorse i suoi occhi, socchiusi e scuri di passione. Una parte del naso, forte, mascolino, leggermente storto. Qualche ruga sulla fronte. Un’ombra di barba sulle guance. Nient’ altro.
D’altronde, le sarebbe stato impossibile vedere altro, perché la bocca di Babbo Natale premeva contro la sua, prepotente, insolente. Perché all'improvviso si trovava inchiodata alla parete e delle mani la stavano toccando come non avrebbero dovuto. Perché non era mai stata meglio in vita sua e non voleva mettere fine a quella follia.
Oh.Mio.Dio.
Stava baciando Santa ClausE quel bacio sarebbe diventato presto altro, se la mitica pancia di Babbo Natale non si fosse messa fra loro.
Perché, non appena le labbra di Margherita si aprirono come se si fosse trattato di un terzo appuntamento - con il concreto rischio di giungere in fretta e furia a ciò che mai e poi mai avrebbe dovuto succedere prima del quinto appuntamento -, l' ingombrante pancia di Babbo Natale si mise di mezzo, riportando la temperatura a livelli meno infuocati.
Il bacio terminò ed entrambi scoppiarono a ridere, certo, ma i loro occhi rimasero dannatamente seri, e impauriti.
Lui le accarezzò il volto e si chinò a sfiorarle un’ultima volta le labbra ancora tremanti, la lunga barba bianca di nuovo al suo posto.
“E’ meglio che vada, adesso,” le sussurrò.
Lei deglutì e abbassò lo sguardo, la gola stretta in un inestricabile nodo.
“Non scordarti l’insalata per le renne,” riuscì infine a mormorare, fingendo un’allegria che non provava.
Lui prese la ciotola con l’insalata e senza voltarsi uscì di casa, nella luce dorata della luna, seguito dal suono gioioso di mille campanelli.
Naaaa. Impossibile. Eppure….
Io i campanelli li ho sentiti davvero!
se e i come presero a rincorrersi nella mente di Margherita.
Viola, era tutta colpa di Viola, decise. E l’indomani quella benedetta ragazza avrebbe dovuto rispondere a molte domande, darle molte spiegazioni.
Dannazione a lei e alla sua mania di trovarle un uomo!
Margherita si lasciò cadere sul divano passandosi una mano tremante sulle labbra che ancora sapevano di lui. No, non era a Viola che avrebbe chiesto una spiegazione, ma al destino. Se lui, chiunque fosse quell’uomo, fosse tornato; se lei l’avesse riconosciuto ancor prima di parlargli e di guardarlo negli occhi, be’ allora quello sarebbe stato un segno. Il segno che da tutta la vita aspettava.



Natale.
La giornata era passata felicemente. L’eccitazione dei bambini mentre aprivano i regali una gioia, il pranzo ottimo, la compagnia piacevole e affettuosa, i giochi divertenti. Un Natale perfetto, insomma. Ma nulla, né i canti natalizi né lo zabaione forte e squisito le avevano tolto dalle labbra il ricordo del bacio di…Babbo Natale? Ogni singolo momento trascorso con lui in quella folle notte della vigilia si amplificava nella memoria, trasformandosi in un dolce, surreale tormento. Ondeggiando pericolosamente su tacchi 10 e fasciata in un abito aderente di maglia rossa, Margherita aveva vissuto quella giornata di festa nella speranza del ritorno di Babbo Natale.
Le ore passavano.
E lui non tornava.
Sarà partito per il Polo Nord, pensò amaramente.
Alle sei del pomeriggio, quando ormai la luce era solo quella delle stelle e delle decorazioni che illuminavano la casa dei Kane, Margherita rassegnandosi all’evidenza era smontata dai tacchi,
aveva messo ai piedi un paio di stivali di gomma che ricordavano due teneri cuccioli di terrier, si era infilata un paraorecchi a forma di corna di renna e per finire aveva indossato un piumino che la faceva sembrare l’omino Mchelin.
E così bardata, era finalmente uscita con i bambini a giocare a palle di neve in giardino.
Alle sei e dieci, Margherita sentì di nuovo il suono celestiale di mille campanelli volteggiare intorno a lei. Be’ non erano proprio campanelli, ma a lei così sembrò il motore un po’ fuori fase di una Jeep.
Oh no! Non adesso!
E immobilizzandosi davanti all’ineluttabile fatto che Santa Claus stesse per scendere da quella Jeep ormai ferma nel vialetto; terrorizzata che lui la cogliesse ancora una volta con buffe scarpe a forma di cucciolo e una mise che avrebbe tolto il desiderio persino a Mr Testo Sterone, rimase vittima di un assalto concertato di Jack e Sarah. Una palla di neve la colpì in piena faccia, un’altra nel collo ed entrambe sgocciolarono inesorabili e gelide lungo la scollatura.
Rabbrividì. Le sue guance divennero più rosse di quelle di Heidi. E Babbo Natale la guardò sorridendo.
“Begli stivali,” disse, il tono della voce carezzevole, come se la stesse invitando a fuggire con lui.
Margherita decise che se lo avesse mai fatto, gli avrebbe risposto di sì.
Babbo Natale stava ora minacciando con una palla di neve Sarah e Jack: “E’ la guerra che volete, piccole pesti?” chiese, dando inizio alle ostilità.
“Zio James, zio James!”
Urlarono i ragazzini.
Le palle di neve ripresero a volare.
Zio James disse: “Io sto con …” si interruppe e la guardò. “Non so neppure come ti chiami.”
“Margherita,” rispose lei, in un sussurro, mentre ancora cercava di riportare il suo cuore ad un battito decente e a sorridere in maniera meno indecente.
“Margherita, un nome bellissimo, per un elfo.”
“Che cosa? Un elfo?”
Lo guardò indignata, si pulì dalla neve il viso e, incitandoli alla battaglia, urlò:
“Tutti contro lo zio, bambini! All’attacco!”
E in un’impari lotta Babbo Natale, che era semplicemente uno zio James, finì a gambe all’aria ridendo. I bambini gli saltarono addosso facendogli il solletico e Margherita dovette lottare con se stessa per non imitarli. Quando lui si rialzò, ridendo come fosse lui stesso un ragazzino, urlò: “Chi arriva per ultimo a casa fa la penitenza.” I due bambini cominciarono a correre finchè raggiunsero il portico, mentre lui, presa Margherita per mano, si mise a correre verso l’auto.
“Zio James,” protestarono i bambini, “non venite a casa tu e Margherita?”
“Torneremo presto, ditelo alla mamma. E ora rientrate in casa, cosa aspettate?”
Salutando e urlando per l’eccitazione i bambini rientrarono.
“Presto sali, prima che qualcuno ci fermi,” disse lui. E Margherita gli ubbidì. E nella pallida luce della notte lo guardò. Era lui. Ed era come se da sempre lo avesse conosciuto.
“Buon Natale,” mormorò guardandolo negli occhi. Lui le prese la mano e gliela tenne stretta, senza staccare gli occhi dai suoi.
” Buon Natale a te, mio piccolo elfo.”
La macchina partì. E mille campanelli risuonarono nell’aria. O almeno così sembrò a Margherita. 









sabato 14 dicembre 2013

TUTTA COLPA DEL VENTO (E DI UN COWBOY DAGLI OCCHI VERDI)



COWBOY IN VISTA! FATEVI BELLE!
Che meraviglia! (almeno per me): il mio ultimo romanzo contemporaneo è finalmente on line sugli store, in tempo per Natale. Voglio ringraziare EmmaBooks, la mia casa editrice, per questo sforzo, perché  ha tirato fuori la bacchetta magica per far sì che fosse pronto per questo periodo. Doveva esserlo, perché è un romanzo con una forte connotazione natalizia, ambientato in Wyoming, con una protagonista italiana e un protagonista cowboy, molto rude e molto figo. Ma vi lascio alla quarta di copertina per avere altre informazioni, al prologo e al book trailer. Enjoy e ditemi cosa ne pensate.
L'ebook è in vendita presso gli store on line.
Versione Kindle, Amazon
Versione epub, Book Republic
             
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La storia
Sì, ci si sono messi in due, il vento e un cowboy, a combinare questo pasticcio. Proprio un cowboy-cowboy, con tanto di cappello e cavallo di ordinanza, uno scassato pick-up rosso e un paio di occhi verdi come due laghi di montagna. Margherita (Maggie) lo incontra appena scende dall'aereo che l'ha portata negli States. Più che incontrarlo, per la verità, si scontra con lui, e nella involontaria colluttazione che segue gli fa pure un occhio nero. Colpa del cowboy, certo, ma anche del vento fortissimo che per lei è molto peggio di una maledizione.

La trentatreenne Maggie Donati scrive romance, è italiana e ha un piano. Un piano scellerato, se per questo. Infatti, nonostante lei sostenga di aver volato per quasi diecimila miglia per passare il Natale con sorella e nipotina, la vera (e segretissima) ragione del suo viaggio nel Wyoming è un'altra, e non di poco peso: vuole un figlio e qualcuno con cui farlo. Perché non un cowboy dagli occhi verdi, allora? Sotto mille luci colorate di un Natale freddissimo, battuto da un vento incessante e imbiancato da neve e ghiaccio, riuscirà Maggie a portare a compimento la sua missione senza cadere nella trappola dell'amore? O forse vi rinuncerà e tornerà a casa, a Milano, a piangere sulla spalla dei suoi cari amici Nick e Nora Corsi? Già, proprio loro, gli eroi di Bang Bang, Tutta Colpa di Un Gatto Rosso che, nel frattempo, hanno messo su casa e famiglia.
Dopo l'Alaska di Un Cuore nella Bufera, un'altra commedia romantica ambientata durante le feste natalizie negli USA, per la precisione a Hope Wyoming, cittadina dove il tempo sembra essersi fermato: settecento anime in tutto, senza contare i cani, i cavalli e neppure i lupi.

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IL PROLOGO.

16 dicembre 2012, Wyoming



Dopo sedici ore di viaggio, uno scalo a Londra e un altro a Chicago, Margherita atterrò alla fine a Cody, dove il vento soffiava talmente forte che l’aereo non aveva fatto che barcollare per tutta la discesa.

Sulle prime pensò di rimanere inchiodata al suo posto sino a quando Eolo non si fosse messo una mano sulla coscienza, ma poi si accorse di sei occhi che la fissavano perplessi e impazienti, quelli di due hostess e di uno steward. Con un sorriso tirato sulle labbra e il terrore nel cuore, si alzò a fatica e caracollò sino all’uscita dove si aggrappò alla maniglia del portellone.

«Signorina, ora dovrebbe proprio scendere…» le disse lo steward senza un minimo di pietà.

Odioso di un uomo!

Possibile che non capisse quanto fosse spaventata dal vento?

Dannato. Inclemente.
Soffiava da ogni direzione graffiandole il volto con punte di ghiaccio, togliendole il fiato, impedendole di muoversi, di fare il primo passo sulla scaletta.
«Signorina…» insistette lo steward.
Chiudendo gli occhi, Margherita cominciò a scendere. Uno, due, tre, quattro scalini. Una pausa. Cinque, sei, sette, otto. E poi…
Terra ferma sotto di lei.
Grazie.
Si sentiva come una sopravvissuta di Lost, ma senza un Josh Holloway qualsiasi a dare un senso di speranza al futuro, o un’isoletta tropicale a fare da cornice al suo incubo.
Perché era il fertile e sconfinato suolo del Wyoming che la accoglieva. Verde in estate, bianco d’inverno. Rosso d’autunno e variopinto in primavera.
Un celebrato, rigoglioso trionfo della natura.
Sempre che non si fosse terrorizzati dal vento.
Margherita si sentì avvolta da una spirale di gelo. Che ci fosse una tempesta in arrivo?
Rabbrividendo, si mise a correre vero il terminal rischiando a ogni passo di scivolare sul ghiaccio.
Niente di che stupirsi, perché era inverno, mancavano due settimane a Natale, il periodo preferito di Maggie, quello in cui era nata e quello in cui, a Dio piacendo, avrebbe concepito suo figlio.
Una folata di aria gelata la colpì in pieno volto e quasi se la portò via. Già che c’era, Margherita, Maggie, imprecò in lingua originale.
«Shit.» 

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