lunedì 9 gennaio 2017

Il mio prossimo romanzo? Un Regency!

Ebbene sì. In attesa di Alex (chi è Alex?) sono di nuovo al lavoro, che sia malata di scrittura?
Le feste di fine d'anno sono appena terminate ed eccomi a incominciare una nuova storia. E che io sia dannata, è un altro storico. Adoro scrivere gli storici, ma se fossi più furba rimarrei sul contemporaneo che oggi va di più. Ma io furba non sono, quindi storico sarà.
È ambientato nella Londra del 1821. Sì, in un periodo che noi definiamo ancora regency, ma che in realtà aveva già visto la fine della Reggenza (quel simpaticone del Reggente era salito al trono nel 1820 come George IV.)
Il mio lui si chiama Sebastian Cumberlane, visconte di Stafford; la mia lei Madeline MacColey. Le loro strade si incrociano dopo dieci anni e Madeline vuole vendetta...

Yours Truly
                 Viviana 





venerdì 23 dicembre 2016

UNA STORIA DI NATALE - Un racconto


Auguri a tutti, a voi e ai vostri cari. Che sia un Natale sereno e felice per tutti. Un mio piccolo regalo per voi.

UNA STORIA DI NATALE
di Viviana Giorgi

Se c’era una cosa che Valentina non sopportava, era il Natale. Ne aveva viste così tante in quel giorno, che ormai ogni inizio di dicembre si rifugiava a San Giulio, un villaggio di poche anime incastonato in una valle aspra e fredda delle Dolomiti. Lì, nonostante il mercatino natalizio e la processione della vigilia, poteva scordarsi il Natale ed evitare seccature continue quali inviti, regali inutili e abbracci da perfetti sconosciuti.

O sguardi compassionevoli. Eh sì, perché, fra le varie cose spiacevoli che le erano successe il 25 dicembre, tre anni prima, c’era stato anche il tanti saluti e baci del suo fidanzato. E le litigate dei suoi genitori, allora? Puntuali a Natale. Non c’era da sorprendersi che lo odiasse.
Anche quell’anno Vale si rintanò a San Giulio e la mattina della vigilia scese in paese per le ultime spese; lo fece un po’più presto del solito per evitare la nevicata prodigiosa che, a sentire Karl, il Giuliacci locale, sarebbe cominciata proprio quel pomeriggio.
“Ciao Fale” la salutò Ulrich non appena mise piede all’emporio. Ex nazionale di discesa libera e ora maestro di sci, non aveva ancora abbandonato la speranza di portarsela a letto. 
“Non fieni con me alla fiacolata, stanotte?” le chiese con quel suo accento alla Gustav Thoeni tentando un approccio tra gli scaffali della pasta.

“Quante volte ti devo ripetere che ho chiuso con voi maschi bastardi?” rispose lei ridendo.
“Una notte con me, e kampieresti idea.”
Lei alzò un sopracciglio dubbioso, gli appoggiò entrambe le mani sul petto e lo spinse via.
Fu in quel momento che il campanello della porta tintinnò e un uomo si affacciò alla soglia. Aveva il volto stravolto e arrossato e, a giudicare dagli abiti firmati che indossava, non doveva essere di quelle parti.
“Avete visto un bambino di otto anni, alto così, con i capelli rossi e una giaccavento blu?” chiese affannato.
“Temo di no” rispose Agnese, la proprietaria dell’emporio. “Guardi più avanti, c’è un negozio che vende giocattoli, magari è lì.”
L’uomo, in evidente stato confusionale, accennò un saluto e uscì facendo di nuovo tintinnare il campanello.
“Un altro stronzo che si è perso il figlio” commentò acida Vale, che conosceva bene quel tipo d’uomo, avendone avuto uno per padre.


Lo chalet di Valentina si trovava a un paio di chilometri a nord del paese, tra la pista di fondo e un bosco di abeti. Per Vale non esisteva luogo più bello al mondo, soprattutto quando la neve era così alta e l’aria profumava di resina e di legna bruciata. Parcheggiò il fuoristrada, prese le borse della spesa dal baule ed entrò in casa, accolta da un gatto grasso, multicolor e di certo un po’ sordo, perché neppure lui si accorse dell’ospite misterioso che scivolò silenzioso fuori dalla Jeep e si infilò subito dopo in casa.
Vale si preparò un panino poi, col piatto in mano, andò in soggiorno dove il computer già l’aspettava acceso a pagina 129 del suo nuovo romanzo. Addentò il sandwich e rilesse le ultime righe, ancora indecisa su come proseguire. Aveva bisogno di un piccolo colpo di scena, qualcosa di inaspettato, come…come… One way or another degli One Direction suonata a tutto volume?
Facendo volare in aria il panino, si alzò di scatto e, pur non desiderando altro che darsela a gambe, si guardò intorno per cercare di individuare la sorgente di quella musica infernale che nel frattempo era già finita.

Ecco, lì, dietro il divano, qualcosa si stava muovendo. E non era il gatto multicolor.
“Chi c’è?” chiese Vale, brandendo una sedia come un domatore di tigri. “So che sei lì dietro, fatti avanti.”
Gli One Direction ci riprovarono una seconda volta, ma vennero di nuovo zittiti.
Vale si avvicinò al divano col cuore in gola per il terrore, sperando di non trovare lì dietro i fantasmi del Natale in visita di cortesia come a casa Scrooge.
“Vieni fuori da lì” ordinò, con voce un po’ stridula e il cuore che sembrava uscirle dal petto.  
Fu allora che dalla spalliera del divano spuntò una zazzera di capelli rossi, subito seguita dal viso terrorizzato di un ragazzino.
Avete visto un bambino di otto anni, alto così, con i capelli rossi e una giaccavento blu? Aveva chiesto quell’uomo. Be’, eccolo lì. In carne e ossa e a casa sua. 
Vale lasciò andare un respiro di sollievo.

“Sei solo un ragazzino e per poco mi hai causato un infarto. O forse è stata quella canzone!”
“Non ti piacciono gli One Direction?”
“Preferisco gli Stones.”
“Chi sono?”

“Chi sonoooo? Ma senti questo moccioso!”
Gli occhi del piccolo diventarono ancora più grandi e tondi.
“Allora, bambino pestifero, come ti chiami?”
“Marco.”
“Marco, sai che tuo padre ti sta cercando e che a questo punto avrà chiamato anche l’Interpool, sempre che non sia già morto di paura?”
“Il papà è morto?” chiese il ragazzino spalancando anche la bocca.

“Be’…è possibile. E se è così ce l’avrai sulla coscienza per tutta la vita” gli disse, più perfida della strega cattiva del Mago di Oz. E infatti, il piccolo scoppiò a piangere.
Mannaggia, ci mancavano le lacrime! Ma che ne sapeva lei di ragazzini, a parte che erano insopportabili almeno quanto il Natale?
Di nuovo gli One Direction. 
“Non sarà mica la suoneria di un cellulare, quella?” gli chiese.

Il ragazzino la fissò con occhi grandi, tondi e ora anche bagnati e impauriti. Lei si avvicinò con la mano tesa, inflessibile come la signorina Rottenmeier.
“Avanti dammelo, che sarà tuo padre. Non ci tieni a sapere se è ancora vivo?”
Il ragazzino mosse la testa in su e giù in modo frenetico, poi stese il braccio e le passò il cellulare, mentre una grossa lacrima gli rotolava giù dalla guancia.
Lei premette il tasto recall e il padre stronzo rispose al primo trillo.
“Marco, dove diavolo sei?”
“Non sono Marco. Mi chiamo Valentina e stia tranquillo, suo figlio è sano e salvo a casa mia. Non mi chieda come abbia fatto ad arrivare fin qui perché non lo so. Venga invece subito a riprenderselo.” Gli diede quindi le indicazioni necessarie e tolse la comunicazione. Con un sospiro si lasciò cadere sul divano e con sorpresa vide il piccolo uscire dal suo nascondiglio e sistemarsi come un cucciolo spaurito accanto lei. Era caldo e tenero, e orrendamente bagnaticcio di lacrime.
 “Perché tu non hai l’albero di Natale?” le chiese.
“E tu perché sei scappato?”
“Perché io non voglio passare il Natale con quella. La odio.”


Il padre distratto arrivò dieci minuti dopo, sempre più in stato confusionale ma forse un po’ meno stronzo di prima. Irruppe nello chalet come uno SWAT ma, non appena vide il visetto del figlio, lasciò perdere ogni discorso preconfezionato e pensò solo a stringerlo fra le braccia con uno sguardo così carico d’amore e di riconoscenza che Vale sentì qualcosa partirle dal petto, arrivarle in gola e stringerla sino quasi a soffocarla. Con la scusa di lasciare padre e figlio soli a risolvere i loro problemi, scappò in cucina dove per un po’ lottò con quello stupido groppo che non le andava né su né giù. Poi, per non pensarci, si mise a trafficare finchè un bel vassoio non fu carico di cibo.
“Ho immaginato che il bambino avesse fame” disse rientrando in salotto col vassoio. Fu allora che li vide, il padre seduto sul divano, il ragazzino addormentato, abbarbicato a lui come un cucciolo di coala.
L’uomo le sorrise e le tese la mano. Aveva occhi blu che brillavano di felicità e un sorriso che le si infilò nel cuore e glielo scaldò più di un raggio di sole.
“Mi chiamo Andrea” le disse, mentre lei gli stringeva la mano con troppa forza, “grazie per quello che ha fatto per Marco.”
“Oh, non ho fatto nulla. Temo che sia stato suo figlio a fare qualcosa per me” mormorò confusa, sedendosi al suo fianco. I loro occhi si incontrarono e per qualche secondo si parlarono come solo gli occhi sanno fare.
“Credo che oggi questo ragazzino abbia fatto molto anche per me” disse infine lui, sospirando e appoggiando le labbra sulla fronte del piccolo.
Vale assentì col capo, poi, sorprendendo se stessa, chiese:
“Mi accompagnerebbe con suo figlio a comprare un albero di Natale, più tardi?”
“Tutti gli alberi che vuole. Non ho altri programmi, questo Natale.”
“Forse nevicherà.”
“Bene, adoro la neve.”
“Anch’io.”         






 Buon Natale a voi e ai vostri cari!

Yours Truly
                     Viviana




mercoledì 14 dicembre 2016

E INFINE LA BESTIA INCONTRÒ BELLA

La mia bestia è sugli store!

È ora che io cominci a tremare. Piacerà, non piacerà? 😛
A me è piaciuto un sacco scrivere questa favola moderna ispirata a La Bella e la Bestia. E lui, la Bestia, mi ha fatta innamorare (il giocatore di hockey cui mi sono ispirata si chiama Patrick Sharp, e sì, è uno pazzesco). 
Sospirone.
In ogni caso, ecco la sinossi del romanzo e l'incipit nel quale introduco i due protagonisti, Ray, la Bestia 😅, e Bella, la Bella. 😁
Lasciate i vostri commenti! 
Un abbraccio

                                                 Yours truly Viviana
                                                                                                                     

LA SINOSSI
Avviso ai possibili lettori: questo è un romance, ovvero un romanzo rosa, e come tale può giovare altamente alla vostra salute. 

Nella sua nuova commedia romantica Viviana Giorgi ci riporta a Hope, Wyoming – lo stesso villaggio di Tutta colpa del vento e di un cowboy dagli occhi verdi – che diventa così lo sfondo ideale per un omaggio ironico e sensuale a La Bella e La Bestia, la sua fiaba preferita.
Ray predatore Raider, attaccante di punta degli Ice Breakers di Denver, è un uomo arrabbiato, più furioso di una bestia feroce chiusa in gabbia. E non che non ne abbia ragione. In un assurdo incidente automobilistico non solo si è fracassato un ginocchio, cosa che non gli permetterà mai più di stringere un bastone da hockey, ma ha pure investito un bambino. Il piccolo giace ora in coma in un letto di ospedale e lui darebbe anche l’altro ginocchio perché si risvegliasse…
Bella Satton scrive di moda sulle pagine del “Tribune” di Denver, ma non ne può più di abiti e stilisti. Così, quando il direttore le offre di prendere parte alla misteriosa Operazione Grande Fratello, lei accetta senza pensarci troppo: in un periodo in cui la privacy di tutti è minacciata da un onniveggente occhio digitale, Bella dovrà letteralmente sparire per un mese e dimostrare così che chiunque può trasformarsi in un’ombra invisibile. Ci riuscirà?

Viviana Giorgi scrive come noi respiriamo e i suoi romanzi sono un’oasi fresca nelle nostre vite caotiche, senza per questo diventare storielle da poco. Niente affatto! Sono un puzzle in cui ogni elemento s’incastra alla perfezione con gli altri, dimostrandoci una volta di più che l’autrice ha in pugno le sue storie e le nostre menti.” Babette Brown (Babette Brown legge per voi - GRAZIE BABETTE!)


Il romanzo, di circa 360 pagine, è scaricabile da tutti gli store on line. 


E INFINE LA BESTIA INCONTRÒ BELLA 
L'INCIPIT 

15 ottobre 2015
Denver
 
I tacchi di Bella risuonavano impertinenti sul corridoio di finto marmo. Dodici centimetri. Semplicemente un altro strumento per non sentirsi persa, e non solo fisicamente, in un mondo di gargantua. Temibili, paurosi gargantua.
Per Bella riuscire a fissare il prossimo negli occhi – quasi negli occhi in caso di superamento della barriera dei 180 centimetri – era una necessità e spesso ci riusciva solo grazie alle Jimmy Choo o alle Manolo, un fringe benefit che la sua posizione di responsabile della moda del Denver Tribune le assicurava. Gli stilisti, compresi Choo e Manolo, la omaggiavano delle loro ultime creazioni? Lei certo non le rifiutava.
Come ogni mattina alle nove si infilò nell’ascensore più per darsi una controllatina allo specchio che per risparmiarsi la rampa di scale che la separava dall’ultimo piano, quello della direzione.
Sì, era tutto a posto, camicetta di seta bianca e gonna nera, più le Jimmy Choo di vernice rossa da togliere il fiato. Capelli castani appena ondulati sciolti sulle spalle, perle alle orecchie e al collo, un po’ di mascara sulle ciglia a evidenziare i suoi occhi verdi, e labbra più rosse del diavolo, in perfetta nuance con le Jimmy Choo. Il solito travestimento, insomma, che l’avrebbe messa al sicuro da ogni tentativo dei suoi colleghi di irrompere nella sua vita.
Branco di animali.
E che la chiamassero pure Miss Algida o Ghiacciolo alla moda o, ancora, 32, sottintendendo Fahrenheit (ovvero il punto di congelamento dell’acqua), o Italian Job – lavoretto italiano sottintendendo qualcosa di più volgare, la cosa non la toccava per nulla. Forse solo un pochino, ma se ne infischiava.
L’ascensore si fermò e le porte si aprirono portando sino a lei il vocio dei suoi colleghi, probabilmente intenti a bere caffè e a rimpinzarsi di ciambelle. Dio! Sembrava che non vivessero che per i carboidrati, quando lei…
Una sola ciambella – non che non ne avesse una voglia sconfinata e forse sarebbe ricaduta nel tunnel di Hänsel e Gretel, come lo chiamava lei. No, meglio neanche sniffarli i carboidrati se voleva che il suo fisico, che un tempo lei trattava così male, rimanesse abbastanza elegante e sottile da oscillare senza difficoltà su delle vertiginose Jimmy Choo o da permetterle di fasciarlo nell’ultima creazione di Donna Karan.
Ecco la sala riunioni. Prese un gran respiro ed entrò.
Caporedattore e capiservizio, tutti con un iPad davanti, tutti collegati in Rete.
«Buongiorno!» salutò con un bel sorriso, appena spruzzato di sarcasmo.
«Ciao 32
«Chissà perché all’improvviso si gela…» commentò il responsabile dello sport, suscitando qualche risata.
«Ghiaccioli in questa stagione?» chiese un altro.
«I ghiaccioli italiani sono i migliori, non lo sapevi?» rispose un altro ancora, riferendosi alla nazionalità di Bella.
La quale, come tutte le mattine, non diede alcun segno di offendersi o anche solo di prendersela un pochino. Sorrise fingendosi divertita dallo sfottò e con un «Molto spiritosi, come sempre» andò a servirsi una tazza di caffè, sforzandosi di non guardare le ciambelle.
Che si fottessero anche quelle.
Prese posto vicino a Elizabeth e Maddie, gli altri due esseri umani nella stanza privi di cromosoma Y.
«Sei uscita con quel Tom, ieri sera?» le chiese Maddie mentre il direttore faceva il suo ingresso nella sala come se fosse inseguito da un Attila piuttosto inviperito invece che dalla sua assistente.
«Mark, si chiama, e sì, ci sono uscita.»
«Ehhhhh?» si inserì Elizabeth curiosa.
«Ehhhh… niente.»
«Neppure un bacio? Così, tanto per provare se ti scongelava un po’.»
Bella alzò gli occhi al cielo ripensando a come l’avesse liquidato prima che lui potesse solo pensare di baciarla.
«Se le signore fossero così gentili da concedermi la loro attenzione…»
La voce in falsetto del direttore.
Lewis-faccia da schiaffi-Cards, a essere gentili. Ribattezzato House of Cards non per niente, visto che avrebbe ucciso la madre per salire un gradino, anche uno piccolo piccolo, nella scala del successo.
Non lo sopportava più.
Del tutto ricambiata, visto che lui non sopportava lei dopo che, udite udite, aveva osato respingerlo. Da quella sera nel suo ufficio, un paio di mesi prima, quando si era liberata di lui con un ceffone e lui l’aveva definita stronza di merda, una tautologia tanto inutile quanto poco raffinata, anche il loro rapporto professionale si era comprensibilmente arenato. Da allora Cards aveva cominciato a tormentarla affidandole compiti da poco, che non solo con la moda e lo stile non avevano niente a che vedere, ma che avevano spesso lo scopo di umiliarla. Notiziole tappabuchi che neppure uno stagista del blog del giornale avrebbe accettato di scrivere.
Mobbing?
Forse. In ogni caso niente che non potesse affrontare dopo essersi passata sulle mani una bella dose di disinfettante.
Così, senza mai smettere il tacco dodici, aveva accettato di stare al gioco di quell’omuncolo, anche perché, se non l’avesse fatto, Cards sarebbe stato più che felice di liberarsi di lei e del ricordo di quelle cinque dita stampate sulla faccia.
«Cominciamo…»
Il solito confronto con i giornali della concorrenza, le solite invettive per le notizie bucate e la soddisfazione per gli scoop, il tutto prima che il caporedattore prendesse la parola, seguito, uno dopo l’altro, dai capiservizio. Insomma, la solita trafila per mettere a punto l’edizione dell’indomani.
Ogni volta era come un puzzle da comporre, lavoro affascinante ma irto di difficoltà, dove la diplomazia del caporedattore era essenziale per evitare duelli all’ultimo sangue fra i suoi sottoposti. Esteri contro interni, politica contro cultura, spettacolo contro cronaca, salute contro costume, sport contro tutti.
Non era un tipo di tenzone che coinvolgeva Bella, e non solo perché amava il quieto vivere.
In fondo era caposervizio di se stessa e di un paio di freelance e sapeva che i suoi pezzi avrebbero trovato spazio se e forse ci fosse stata un’esigenza pubblicitaria o fosse rimasta libera una mezza pagina, a volte tra gli articoli di costume, a volte tra le pagine della cultura o della cronaca. Sapeva anche che, come sempre, quella mattina sarebbe stata l’ultima a esporre la sua scaletta, che non prevedeva che un’intervista al responsabile di un’importante boutique della città. Una vera barba, ma il negozio spendeva ogni anno un sacco di soldi in pubblicità e bisognava tenerselo buono.
Ma non sarebbe andata sempre così. Per quanto adorasse il suo mestiere, era stanca della moda, voleva scrivere di qualcosa di più stimolante delle ultime sfilate.
Fingendo di seguire la programmazione sul suo iPad, si stampò un’espressione interessata sul volto e attese pazientemente il suo turno che, puntuale, arrivò mentre gli altri capiservizio già cominciavano a raccogliere le proprie cose per correre in redazione e assegnare i pezzi ai redattori.
Come al solito parlò senza essere ascoltata da nessuno, tanto che, se avesse affermato che gli uomini la prossima stagione avrebbero indossato crinolina e corsetto, nessuno se ne sarebbe accorto. Il suo pezzo venne come sempre approvato visto che i suoi articoli procuravano al giornale un discreto apporto pubblicitario. E a quel punto, come da manuale, altri pezzi, benché non di sua competenza, le piovvero addosso come tante mannaie. D’altronde, la sua temperatura esterna poteva essere sì di 32 gradi Fahrenheit, ma quando si trattava di riempire i vuoti nelle scalette dei suoi colleghi, di colpo diventava la cocca di tutti.
Bella su e Bella giù.
Da grande lavoratrice qual era sempre stata non aveva mai rifiutato un pezzo, a meno che non trascendesse le sue competenze. Una volta aveva persino intervistato un attaccante degli Ice Breakers. «Tu che di ghiaccio te ne intendi» le aveva detto il direttore sollevando uno sghignazzo generale, «perché non intervisti Mark Davis? Niente che riguardi l’hockey, domande sul suo tempo libero, cosa gli piace e non gli piace fare, roba di quel genere, che i fan adorano.»
E lei lo aveva fatto. E da come lo stronzo ci aveva provato per tutta la telefonata, non ci era voluto molto a capire quali fossero i suoi interessi. D’altronde, da quando si era trasferita a Denver, dove l’hockey era una religione, non era un mistero neppure per lei che i giocatori di hockey non avevano in testa che una cosa, in campo e fuori: andare a segno.
Finalmente la riunione giunse al termine ma, tra il vocio dei presenti che cresceva e gli iPad che venivano richiusi nelle custodie, il direttore chiese ancora un momento di attenzione.
«Ci sarebbe un ultimo punto da discutere.»
Bella, pur senza guardarlo, sentì gli occhi di Cards perforarla e rabbrividì. Guai in vista?
«Tutti siete a conoscenza dell’esperimento del Daily, vero? Vi ho inviato una email con tutte le informazioni necessarie» continuò il direttore.
«Esperimento fallito. Un redattore incaricato di sopravvivere per un mese con cento dollari in tasca, senza cellulare e carta di credito, avrebbe dovuto dimostrare che fortuna audaci iuvat» disse il responsabile dello sport con fare da saputello.
«Audaces iuvat, semmai» lo corresse Bella.
«Sì, proprio così» la rimbeccò quello. «Insomma, la solita storia del sogno americano: chi vuole può farcela.»
Bella scosse la testa e si fece sfuggire un «Ah!» sarcastico prima di aggiungere: «Non mi sembra che il redattore del Daily ce l’abbia fatta, o sbaglio? È corso a casa con la coda fra le gambe e, da quel che ho capito, lo stomaco molto vuoto.»
«Un povero inetto, quel Brown» rincarò la dose il capo della cronaca. «D’altronde, come aspettarsi qualcosa di diverso da un tipo come quello? Ha fatto fare al Daily una figura da dilettanti.»
Bella guardò Elizabeth e Maddie, scuotendo il capo.
«Se non ho capito male, il sogno americano non c’entrava affatto con quell’esperimento» disse Maddie. «Semmai si trattava della fuga dal sogno americano: come darsela a gambe e sparire con cento dollari in tasca.»
«Credo che l’esperimento» si inserì Bella, «volesse testare più che altro i sistemi informatici che ormai ci controllano ventiquattr’ore su ventiquattro: telecamere, gps, cellulari, telefonini, carte di credito.»
Tutti la stavano fissando. Chissà perché non se n’era stata zitta! Lei non era una semplice esperta di moda?
«In effetti» aggiunse Cards, «hai colto il punto, Beauty.» Beauty! Bastardo di uno stalker. «È possibile far perdere le proprie tracce in un mondo in cui ogni nostro passo lascia una scia digitale?»
«Il Grande Fratello ci guarda» commentò Bella senza rispondere alla domanda retorica del direttore, che, curiosamente, sembrava rivolta proprio a lei. Si guardò intorno mentre Cards riprendeva il suo bel discorsetto.
«Il mondo si interroga se sia giusto o sbagliato portarci addosso un ipotetico codice a barre, se questa continua schedatura ci difenda davvero dai cattivi o se ci riduca a semplici numeri in mano al potere.»
«Bel discorso, direttore» disse il caporedattore, che incominciava a scalpitare perché aveva un giornale da preparare, lui. «Ma tutto questo dove ci porta?»
Cards fissò i presenti col suo sorriso acuminato. «Il Daily non ce l’ha fatta, ma se noi raccogliessimo la sfida e dimostrassimo che è possibile sparire e ingannare il Grande Fratello armati solo di intelligenza e di pochi dollari? Sarebbe un grande scoop per il giornale!»
La sala riunioni prima ammutolì, poi le voci si rialzarono tutte insieme, qualcuna approvando l’idea del boss, qualcuna affossandola.
«L’unico che potrebbe riuscire a superare i controlli informatici è un esperto del settore, un hacker!» disse il caposervizio della cronaca allargando le braccia.
«No, io non lo credo» rispose Cards, e Bella sentì di nuovo i suoi occhi che la trapassavano. «Qualche volontario fra lor signori e signore?»
Altri mormorii, tanti occhi che fissavano il soffitto o fuori dalla finestra.
«Quel che non capisco» disse Bella senza abbassare lo sguardo, «ammesso che accettiamo la sfida del Daily, quale ente, istituto o agenzia federale avrebbe il compito di dare la caccia alla nostra cavia? Non credo che per assicurarci uno scoop FBI, NSA, Homeland Security e tutte le sigle governative di cui questo Paese abbonda si presterebbero al nostro gioco!»
«Vero» rispose il direttore con un sorriso compiaciuto. «Te l’ho già detto che non dovresti occuparti di moda ma di qualcosa di più serio, Beauty.»
Dio, odiava quando quell’uomo la chiamava Beauty, come se fosse la sorellina di Barbie!
«La moda in realtà è serissima, direttore.»
Lui la guardò scrollando le spalle. «In ogni caso, hai messo il dito nella piaga. Non possiamo tirare in ballo le agenzie federali per scovare il nostro fuggitivo, ma…»
Altro silenzio grondante retorica che irritò alquanto Bella.
«Ho le mie conoscenze» sentenziò House of Cards gonfiando il petto come un pavone.
Le sue conoscenze! Bella alzò gli occhi al cielo perché, dai, non ci voleva un genio per capire chi fossero le sue conoscenze.
«Si riferisce alla redazione investigativa, direttore?»
«Sì, decisamente non dovresti occuparti di moda. Seguimi nel mio ufficio.»

***

16 ottobre 2015
Hope, Wyoming

Un altro giorno stava per incominciare. 
Un altro giorno che si sarebbe spento in un’altra notte.
La sua vita era un susseguirsi inutile di secondi, minuti e ore senza luce. Non c’era più luce in lui, né fuori di lui.
Forse non era più neppure un essere umano. Forse era diventato una bestia. Sì, doveva essere così, almeno a giudicare dai peli che gli coprivano il volto e dai ringhi e grugniti con i quali ormai si esprimeva nella vana speranza di tener lontano il mondo.  
Ray predatore Raider fece per alzarsi dal divano che era diventato la sua zattera di salvataggio, ma ricadde pesantemente sui cuscini lasciando andare un sospiro disperato.
Il male al ginocchio, da quando aveva interrotto gli antidolorifici, era insopportabile, ma almeno gli permetteva di rimanere lucido e di non dimenticare.
Bussavano alla porta, ecco perché si era svegliato dal suo torpore.
Anne, probabilmente, e la sua mania di portargli da mangiare quando lui avrebbe voluto solo bere.
Si sdraiò di nuovo sul divano e si coprì la testa con un cuscino. Avrebbe finto di dormire, sì, e Anne se ne sarebbe andata.
Sentì la chiave girare nella toppa.
Anne non era il tipo da andarsene, anche perché era in possesso di un doppione per entrare in casa sua. Per quale ragione gliel’aveva dato? Forse perché era come una sorella maggiore ed era stata lei a prendersi cura di lui da quando era tornato a casa?
«Ray!»
La voce di Anne risuonò nell’ingresso mentre il ticchettio delle unghie di Bear sul pavimento lo avvisò che nel giro di pochi secondi la grossa lingua di quell’animale inutile gli avrebbe dato il buongiorno. D’altronde, anche se lo aveva mandato in esilio da Anne, era il suo cane, no?
Meglio fingere di dormire.
«Razza di sciagurato, sai che ore sono?»
Non gli importava un cazzo di che ore fossero. Si girò verso la spalliera del divano, grugnì e si cacciò un secondo cuscino sulla testa.
Ma lei, quella donna impossibile, non demorse, anzi. Era più testarda di un mulo e soprattutto era senza cuore. Com’è che non capiva che, ora che la sua vita era rovinata, voleva solo starsene tutto il giorno su quel divano a commiserarsi senza nessuno tra i piedi?
Neanche Bear doveva averlo capito, visto che fra pochi secondi gli sarebbe saltato addosso. Era probabile che quel gran bastardo, e in questo caso non era un insulto ma una perfetta descrizione dell’animale, avesse già un metro di lingua fuori pronta per lui.
«Ti ho portato dei sandwich, i pancake con la composta di mirtilli e ora ti preparo un buon caffè. Sperando di non prendermi il tifo nella tua cucina. Diavolo, due giorni che non vengo e guarda come hai ridotto questo posto. Ti mando qualcuno a pulire, più tardi.»
Ray rispose con un altro grugnito, ma più minaccioso.
«Allora, se non vuoi nessuno in giro, dovrò farlo io!» disse la donna con un sospiro. «E sai che la mia schiena ne soffrirà!»
Credeva forse che la carta della vittima funzionasse ancora? Anne era più robusta di un toro, altro che mal di schiena! E poi, a lui, non importava di vivere in un porcile. Non gli importava di vivere tout court.
Un altro grugnito.
«Mr Simpatia, raggiungimi in cucina che ho delle novità su David.»
David?
Anne aveva davvero delle novità sul piccolo David o era solo un modo per prenderlo all’amo?
Intanto, a colpi di muso, Bear aveva spostato uno dei due cuscini che gli coprivano la faccia ed era passato all’analisi fisico-chimica dei diversi tipi di odore che si sprigionavano dal suo corpo. Non che ci fosse da stupirsi, visto come puzzava.
«Vattene, Bear!»
Ma il cane non si mosse, anzi con una delle sue zampone cercò di richiamare la sua attenzione, o forse di abbracciarlo o, ancora, e ciò sarebbe stato di gran lunga meglio, di scavare una buca dove seppellirlo, lui e la sua puzza.
Con l’ennesimo grugnito si girò verso Bear e due occhi speranzosi lo trafissero. Nonostante la sua esistenza gli apparisse come un inferno in terra, Ray non poté fare a meno di sorridere e di accarezzare la grossa testa del cane.
«Sai che sei un rompiscatole peggio di Anne?» disse prima di alzarsi in piedi con non poche difficoltà.
David.
Prese le stampelle appoggiate al tavolino e se le sistemò sotto le ascelle preparandosi mentalmente a sopportare il dolore che lo avrebbe investito a ogni passo.
Seguito da Bear, caracollò sino in cucina, da dove proveniva l’aroma di un caffè che un tempo gli sarebbe parso squisito. Ora non sprecava neppure il tempo a prepararselo, il caffè. Versava direttamente dal rubinetto un po’ di acqua calda in una tazza e, se ne aveva la forza, ci aggiungeva un cucchiaio di liofilizzato. Altrimenti si accontentava dell’acqua calda.
«Siediti» gli ordinò Anne mentre liberava il tavolo da piatti e bicchieri sporchi e da un nutrito campionario di scatole di take-away ancora mezze piene. «Dio, che schifo, Ray! Star male non vuol dire ridursi così!» gli urlò la donna mettendogli davanti una tazza di caffè e i pancake ai mirtilli che gli aveva portato dalla tavola calda.
Lui non rispose, ma bevve un sorso di caffè sotto lo sguardo attento di Bear che gli si era seduto di fianco sperando di certo in qualche boccone. Fece tre tentativi prima che la voce gli uscisse dalla gola, ma alla fine ci riuscì. Le parole fluirono lente e roche, come se anche loro fossero a pezzi.
«Dimmi di David, Anne.»
La donna smise di lavare i piatti e si girò verso di lui. Era un sorriso quello che aveva sulle labbra? Doveva forse sperare?
«Te lo dirò se prima mi prometti che lascerai che qualcuno dia una pulita a questo posto. Carmen, magari.»
«Dimmi di David, Anne» ripeté fissando il liquido scuro nella tazza.
«Prometti?»
Un altro grugnito.
«Lo prenderò per un . Il bambino è uscito dal coma.»
Per poco la tazza non gli cadde di mano. Riuscì a evitare che si schiantasse sul tavolo, ma non a impedire che il liquido bollente gli finisse sulla mano, scottandolo.
Ma non sentì dolore.
La gioia per la notizia era così devastante che in quel momento avrebbe potuto tenere in mano un tizzone acceso e non se ne sarebbe accorto.
«E… come sta?»
Anne era già accorsa con un panno bagnato e gli tamponava le dita che grondavano caffè bollente. «Ci manca solo un’ustione al lungo elenco di infortuni che ti sei procurato!» disse sospirando.
Ray continuò a fissarla fino a quando non ottenne la risposta che aspettava con tanta apprensione.
«Lui sta meglio, anche se la prognosi non è ancora sciolta. Ma i medici sperano.»
«Voglio andare a trovarlo.»
«Fino a Denver? Non sei ancora in grado di prendere un aereo. Puoi chiamare i genitori, invece.»
«Lo sai che non vogliono parlarmi.»
«Vedrai, prima o poi lo faranno.»

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